Novità editoriale: Memorie di guerra per ricostruire la pace. Il nuovo libro di Rinetta Faroni

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Le lettere e le cartoline dei gussaghesi mandati a combattere nella Grande Guerra, presentate nella prima parte di questo lavoro, sono una sezione di un più ampio epistolario indirizzato al Prevosto dell’epoca. Don Bazzani le raccoglieva in buste, ognuna col nome del mittente, con il foglietto della sua risposta incollato sul retro; in questa trascrizione riguardante solo la corrispondenza con i soldati, ho conservato tale metodo, perché è più facile seguire il percorso del singolo nella sua esperienza militare. Erano sicuramente molte di più, forse molte vennero restituite ai famigliari o furono disperse da mani maldestre; ma queste sono comunque una esauriente testimonianza di quell’evento. In un precedente contributo per il bollettino parrocchiale avevo offerto una sintesi di questi scritti, osservati dal punto di vista del prevosto, ovvero esaminandone le minute delle sue risposte, da cui emergeva il suo zelo pastorale ed educativo.
Qui invece prendiamo in considerazione i messaggi dalle zone di guerra dal punto di vista dei militari, giovani e padri di famiglia, che al Parroco si rivolgevano, soprattutto per affidarsi alle sue preghiere, per chiedere conforto o vicinanza alle famiglie, per non interrompere un dialogo da tempo avviato e coltivato in parrocchia. In quasi tutti si avverte tale consuetudine, in alcuni c’è il riserbo e il rimpianto di esser stati parrocchiani un po’ tiepidi; tutti manifestano una grande fede, vuoi dettata dalla situazione, vuoi suscitata dal dialogo col sacerdote, ma a mio avviso parte autentica della loro anima, della loro vita di veri cristiani.
In molte lettere c’è più racconto rispetto ad altri scritti, forse perché essendo indirizzate ad un sacerdote c’era meno censura, anche se si avverte la paura di dire troppo, di lasciarsi andare; o forse la corrispondenza arrivava tramite i cappellani e le organizzazioni di assistenza ai soldati, e il passaggio per vie traverse permetteva contenuti più dettagliati.La stesura era spesso affidata a qualche amico “scrivano” più esperto, molti scrivevano personalmente e dignitosamente, scusandosi del “mal scritto”; tanti erano istruiti e lo si vede dalla calligrafia fluente, sia a penna d’inchiostro che con le matite; i saluti finali erano ribaditi, ripetuti, come per attenuare il distacco o rinforzare il contatto; l’ortografia lascia spesso a desiderare ma non ho riportato gli inevitabili errori, per agevolare la lettura e soprattutto per rispetto di quei poveri soldati sfiniti poco abituati alla penna, costretti a scrivere su appoggi di fortuna, rubando tempo al riposo, nel freddo di una tana rischiarata a malapena, col pensiero volto a casa o in attesa del mulo che col rancio portava anche l’agognata posta, tra il bubbolìo dei mortai e le improvvise esplosioni che facevano saltare corpi, sogni, speranze su reticolati e cavalli di Frisia.
Ho mantenuto le strutture sintattiche inevitabilmente legate al dialetto, forse perché mi pareva di immaginare e ascoltare quei giovani nella loro parlata natìa. Non ho riportato specifici riferimenti ad azioni belliche e battaglie, che si possono riscontrare, con l’ausilio delle date dei messaggi, sui libri dedicati alla Grande Guerra. Vorrei richiamare l’attenzione sul progressivo cambiamento dello stato d’animo di quasi tutti i soldati, seguendo le date degli scritti: dall’euforia di riscatto e liberazione dal nemico di tipo risorgimentale del primo anno, che fa dimenticare fatiche e paure, si passa alla determinazione del sacrificio e dell’impegno, malgrado la logorante guerra di posizione, il duro inverno sulle montagne e la perdita di amici cari; poi si avverte qualche malcelato dubbio, non espresso per non essere accusati di disfattismo.
Infine la retorica dell’eroismo e dello spirito patriottico si spegne nella rassegnazione e nello sconforto, affondata nel fango e nel sangue delle azioni guidate da ufficiali boriosi e incapaci che mandano al macello tanta gioventù e padri di famiglia.
Dai toccanti testi ricchi di dignità emerge il carattere di ciascuno di quei militi: il mite, il coraggioso, il patriota orgoglioso di compiere il proprio dovere e che poi spegnerà nella disillusione gli ardori di cui è stato infarcito; ci sono il loquace, l’ironico, il rassegnato, il critico politicamente informato, l’ottimista, il colto che dice le sue opinioni, il curioso che vive positivamente – si fa per dire – ogni esperienza; il chierico esule dagli studi precipitato in una realtà drammatica che trova forza nelle preghiera e conforto nella bontà altrui.
Tutti poi confermano sempre la loro ottima salute, “qui mi trovo bene”- e cosa potevan dire di diverso? – anche se sappiamo di fame e freddo, caldo e acqua inquinata, tifo e colera, febbri e malaria, pidocchi, piaghe, malattie, ferite, mutilazioni e quant’altro. Affiora infine l’anima dei gussaghesi legati alla loro comunità, pieni di nostalgìa per la vita e le funzioni liturgiche in Parrocchia, contadini che scoprono altre terre, che guardano le viti secche, la terra un tempo feconda ed ora deserta, i terreni non più coltivati; e pensano alla vendemmia e alla siccità del loro paese, ai loro cari, alle mamme da confortare, ai parenti da tranquillizzare, agli amici e conoscenti cui trasmettere il loro saluto nel ricordo.
Malgrado i limiti imposti dalla censura, questi scritti ci offrono un affresco di affetti, di fede, di solide amicizie, di grande umanità, memoria di una tragedia che ricordiamo perché non si ripeta mai più e, nella ricerca della libertà, della giustizia e nella costruzione della pace, si percorrano sempre itinerari di dialogo, di confronto aperto, di rispetto reciproco.

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